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Legittimi sospetti atomici

Ancora non abbiamo finito di smantellare l’esistente, che già ne dobbiamo costruire altre quattro (quante ne avevamo fino al 1987, l’anno dei referendum post Chernobyl) per effetto dei recenti accordi intercorsi tra i governi italiano e francese. Legittimamente ci si domanda perché il nucleare sia divenuto così impellentemente all’uopo, tanto da voler irrispettosamente passare sopra alla sovranità popolare, che si era già espressa nel merito con un sonoro 80% di votanti contro. Forse la Francia, con le sue 58 centrali, non ha più eccedenze di energia da vendere al vicino, e trova impensabile la costruzione di nuovi reattori, visti i problemi in cui si trova attualmente, per quanto riguarda sia l’acquisizione dell’uranio (giacimenti nazionali esauriti), sia lo smaltimento delle scorie. Forse è per questo che oggi ci si trova a spacciare per vanto, ciò che invece è probabilmente un ricatto d’oltralpe: un accordo italo-francese per la costruzione di centrali atomiche su territorio italiano, che copra il 25% del fabbisogno per il 2030. Se vogliamo “conoscere il nemico”, dobbiamo approfondire.

Fu De Gaulle a dire che la Francia sarebbe diventato un “paese nucleare”, autosufficiente, grazie all’energia dell’atomo di uranio. Così fu, in una tal misura che oggi la Francia non potrebbe nemmeno permettersi di contemplare lo smantellamento di tutte le centrali costruite dall’EDF; vale a dire che i francesi resteranno obbligatoriamente su quella strada, cercando tutt’al più un contenimento (leggi riappropriazione dell’energia). Organismi di Stato come CEA (Comitato Energia Atomica) e Cogema (oggi Areva) si sono occupate per decenni di acquisizione (estrazione), trasformazione, distribuzione e smaltimento. Con quali risultati?

L’uranio arriva dalla cava sotto forma di pietre; viene quindi frantumato, macinato, ed infine passato in un macchina che lo filtra ottenendo una polvere d’uranio, volatile, altamente tossica, da destinare alla trasformazione. Già in questa fase si producono materiali di scarto, residui tra i quali si segnalano il polonio, il torio, il radio226. I macchinari preposti al controllo della radioattività, fanno riferimento all’uranio ancora presente nei materiali di scarto, senza tenere in considerazione che anche gli isotopi dell’uranio (non rilevati), sono altamente radioattivi. Per questo ci si permette di classificare tali scarti come “residui sterili”, dei quali sbarazzarsi tranquillamente, come fossero rifiuti domestici, o addirittura da rivendere come reinterro a buon mercato. Avete letto bene. La Cogema faceva caricare tonnellate di detriti tossici sui camion (testimonianze a Saint-Priest), che venivano destinati alle fondamenta di stadi di calcio (es. Gueugnon), capannoni, parcheggi, parchi e addirittura ‘percorsi della salute’. Tutto questo senza l’emissione di alcuna fattura.

Si aggiungano poi le sostanze che vengono liberate nella troposfera (quella parte di atmosfera più a diretto contatto con la superficie terrestre) durante la fase di trasformazione: trizio, iodio131, plutonio, carbonio14, sono tutte sostanze che hanno contribuito ad introdurre nocività nella catena alimentare, nella quale l’uomo ha una posizione decisamente a rischio. Non a caso si sono moltiplicati i casi di metastasi linfonodali e polmonari, come il cancro della tiroide.

Il silenzio assordante dell’ente preposto al controllo (l’ASN), ha spinto alcuni cittadini a indagare a proprie spese, munendosi di contatori geiger e andando a caccia di radioattività; ma presto a questi si sono uniti alcuni giornalisti, coadiuvati da laboratori indipendenti (es. Criirad). Ben presto si sono rilevate sensibili anomalie radiometriche, molto oltre i limiti consentiti (fino a 100 volte). Da queste ricerche sono emerse cose quasi inimmaginabili. Sotto poco più di 20 dipartimenti francesi, sono oggi stipate 300 milioni di tonnellate di rifiuti radioattivi.

Ora, quant’é profonda la tana del bianconiglio? Qui in Italia lo sta scoprendo il giornalista d’inchiesta Gianni Lannes, il quale ha già subito tre attentati perché da mesi denuncia di sapere, di avere le prove, che lo smantellamento della centrale nucleare di Caorso (Piacenza), affidato dalla Sogin a Ecoge Srl (in odore di ‘ndrangheta), stia procurando un disastro ambientale. Lannes parla di cancro, parla di casi di malformazioni genetiche. Pare che diverse carrette del mare siano state caricate di container sospetti, e affondate al largo dei mari italiani.

Purtroppo non è solo dell’aspetto ambientale che dovremmo curarci. Esistono altri fattori logistici ed economici, che alle persone informate (e di sani principi) farebbero gridare un secco NO al nucleare. Oggi nel mondo abbiamo 440 centrali atomiche, che insieme non coprono che il 3% dell’energia prodotta sul pianeta. Quindi il nucleare da noi non arriverebbe certo come un colpo di bacchetta magica. Basti pensare alle tempistiche necessarie per la costruzione di centrali nucleari: ci si è accordati per centrali di terza generazione, mentre si avvia alla conclusione lo sviluppo di centrali di quarta generazione; vale a dire che quando avremo finito di costruire (almeno 20 anni, senza contare l’attivazione), saremo indietro rispetto alle nuove tecnologie. Soprattutto per allora, il problema dell’acquisizione delle risorse, potrà essere divenuto insormontabile. La Francia ha già esaurito i suoi giacimenti di uranio, e si sta rivolgendo al mercato internazionale. Quanto arriverà a costare l’uranio? Saremmo davvero nella posizione di poter sventolare la bandiera dell’ecologia e dell’indipendenza energetica, riconoscendo il nucleare? Altrettanto legittimamente ci si possono dare alcune risposte: l’Italia ha la possibilità di scegliere, al contrario della Francia, se darsi al nucleare, regalando altre opere mastodontiche e deleterie alla Impregilo (una delle più grandi lobbies economiche italiane), oppure intraprendere la via più affine alla sua morfologia, investendo nelle fonti rinnovabili.

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