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Acqua in Movimento


Mercoledì 14 Luglio si è svolta, presso la Camera del Lavoro di Reggio Emilia, la tappa di chiusura della campagna referendaria portata avanti dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua e da numerosi movimenti satelliti e amici (es. tra cui i grillini di diversi settori territoriali). La CGIL ha voluto ospitare la serata all’interno del suo chiostro di Via Roma, ricorrendo alla collaborazione della Cooperativa Sociale “Il Girasole”, la quale ha gentilmente offerto un gradito rinfresco. I visitatori hanno quindi potuto brindare all’insegna del concetto “L’acqua non si vende” (manifesto che ha imperato in diverse piazze, per mesi), nonché al successo ottenuto a Reggio ed in tutta Italia, durante la fase di raccolta firme, quantificate, queste ultime, in più di un milione (oltre 13mila solo nella nostra provincia).
Non si è mancato di chiamare a raccolta alcuni tra i migliori conoscitori italiani in materia di gestione economica e giuridica dei servizi idrici.
“In genere la CGIL non aderisce a questioni non strettamente legate al lavoro, eppure per l’acqua abbiamo dato la nostra disponibilità in termini di risorse umane ed economiche, perché tale materia è già da tempo, in concomitanza con l’adozione della contrattazione territoriale per lavoratori e consumatori, oggetto del nostro interesse”. Dopo questa breve introduzione, che ha previsto un’ironica (ma non troppo) ipotesi di “presa dell’acquedotto”, si sono spiegati nel dettaglio i tre quesiti referendari, evidenziando come la conversione in legge (72/2010) del decreto Ronchi, vada ad aggiungersi agli effetti deleteri dei patti di stabilità sui Comuni, inasprendo una preesistente “selvaggia riduzione della cosa pubblica”.
Tra le preoccupazioni, si è fatto riferimento anche all’imminente fusione di Enìa con Iride, che andrà a costituire una multiutility delle dimensioni di Hera spa, che da Bologna si occupa di un territorio esteso tra Modena, Rimini e Nord Marche. Ci si è chiesti perché si voglia tendere così insistentemente a creare queste fusioni, che distaccano le amministrazioni e le responsabilità da un rapporto diretto col territorio? E’ così emerso, ancora una volta, che i cosiddetti “beni comuni” siano sotto l’assedio di una precisa volontà di mercificazione, anche di quel bene essenziale che è l’acqua.
Corrado Oddi (funzione pubblica CGIL e uno dei padri fondatori del Forum Nazionale per l’acqua -anno 2006-), ha portato l’attenzione sui prossimi passi da operare, in un sentiero ancora irto di molti ostacoli. Lunedi verrà presentato, in Cassazione a Roma, quel milione di firme (contro le 700mila richieste), prodotto di una notevole attivizzazione sociale. “Si tratta di un fatto economico, simbolico e politico. Il movimento per l’acqua stesso, dovrebbe essere oggi annoverato tra i soggetti di interesse politico, soprattutto per il fatto che il risultato è stato conseguito lottando anche contro l’oscurantismo di TV e grandi organi di stampa, attraverso le vie del web e dei giornali locali”. A Reggio Emilia, per effetto del decreto Ronchi, la partecipazione pubblica al servizio idrico integrato dovrà passare dal 51% al 40% entro il 2013, e al 30% entro il 2015. Per questo è importante che si portino 25milioni di voti alle urne, da qui a un anno, attraverso il mantenimento di una mobilitazione sociale che metta gomito a gomito tutti, cittadini e lavoratori.
Interessante l’intervento di Luca Nivarra (ordinario di diritto civile all’Università di Palermo e uno dei giuristi che si sono occupati della formulazione dei quesiti referendari), il quale ha parlato di “verità avvelenate” da un modello comportamentale corrispondente a tre forme di perversione linguistica: menzogna (ogni riferimento ad imposizioni comunitarie è fasullo, l’UE vuole solo che i Comuni che decidono di esternalizzare, operino una valutazione politica e procedano con gare); fallacia semantica (i richiami alla concorrenza sono tendenziosi, poiché il 90% dei servizi pubblici sono “monopoli naturali”, per niente sottoposti a regimi di concorrenza); mistificazione ideologica (l’efficienza, l’efficacia e l’economicità propagandate in favore di una gestione privata, non sono affatto supportate da dati empirici).
“Dove eravamo??” Si chiede Ivan Cicconi (esperto in infrastrutture e lavori pubblici, professore alla facoltà La Sapienza di Roma), ricordando che la legge con la quale si è avviato il processo di privatizzazione, è stata la 166/2008 art. 23bis, una legge di Centro-Sinistra cui il decreto Ronchi ha semplicemente dato un seguito. “Nella nostra storia, ci siamo trovati di fronte a tre tipologie diverse di privatizzazione. La prima è stata la svendita ai privati del patrimonio pubblico (es. S.I.P. – il cui immenso patrimonio immobiliare è stato svenduto a un privato che gliel’ha poi riaffittato); la seconda si è distinta per l’affidamento ai privati dei servizi pubblici (es. nei Comuni di Arezzo e Aprilia si sono fatte gare per cedere il servizio idrico, che una volta finito in mano ai privati ha provocato un innalzamento notevole delle tariffe e delle proteste dei cittadini). La terza forma di privatizzazione, che è la più pericolosa ed attuale, è la “privatizzazione senza privati”: cioé la cessione dei servizi a soggetti di diritto privato controllati dal pubblico, e di conseguenza dai partiti. Quella tra Enìa e Iride non è una fusione tra due società, ma un’incorporazione della prima in Iride; questo allontanerà il suo governo dai territori. Inoltre, l’amministrazione del nuovo ente, l’Iren s.p.a., avrà facoltà, come è accaduto con Hera s.p.a., di determinare i compensi per i propri componenti, che ammonteranno probabilmente a 80-100mila euro all’anno. Non ci saranno gettoni di presenza, non ci sarà alcun vincolo (in Hera s.p.a. il consiglio d’amministrazione si è riunito solamente dieci volte nel 2009, due ore per seduta …quindi 5mila euro all’ora per tutti e 21 i suoi membri, anche se assenti).
Quindi il sistema di tangentopoli è cambiato profondamente. Se prima avevamo la “cupola” dei partiti e qualche decina di malfattori, che con i finanziamenti occulti non andavano comunque ad intaccare il rapporto pubblico-privato, oggi i partiti non ci sono più: abbiamo decine di migliaia di privati che fanno e chiedono favori. Attualmente le società di diritto privato controllate dal pubblico sono 15mila. Hera s.p.a. ne controlla 49, tutte società che si regolano secondo il diritto privato e che sono operanti nei settori più strategici della nostra economia. Questo, è un processo che si è già consumato, insieme alla separazione normativa tra le infrastrutture (reti) ed il servizio (solo questo sottoposto a gara), ove le infrastrutture sono oggi gestite da società di diritto privato. Questo è ben diverso dalla tangentopoli del passato, col suo 20-30% d’incidenza; tutto questo determina una sorta di tangente tout-court: “E noi dove eravamo?”.
Walter Ganapini, ex presidente di Greenpeace e di Legambiente, nonché presidente dell’agenzia nazionale per la protezione dell’ambiente, interviene per ribadire l’importanza dell’acqua come risorsa ciclica (“si rischia non tanto la quantità, quanto la qualità”) e della degenerazione dell’attenzione verso i servizi legati a questo bene fondamentale. “Ma non è contro questi uomini che ci dovremmo scagliare, perché le normative sulla protezione dell’ambiente sono ormai così devastate che l’Italia è oggi macchiata da un sonoro 14% d’infrazioni comunitarie (contro il 2-3% degli altri paesi). E’ la nostra imprenditorialità in generale, tutta improntata su ‘cemento e tondino’, che lascia a desiderare.. così come il tendenziale interesse non tanto verso una doverosa manutenzione delle infrastrutture (a Reggio abbiamo il 37% di perdite in rete), quanto sulle stock options e la conservazione di dividendi astronomici. Le aziende pluriservizi dovrebbero essere nate per compensare le perdite sistematiche nella gestione dei rifiuti e dei trasporti (i settori di guadagno sono energia elettrica, gas e acqua); invece ci si sta concentrando sul taglio dei costi sulle infrastrutture, con conseguente perdita di efficienza. Con Enìa, tra il 2003 ed il 2009, l’aumento delle tariffe è stato del 40%, ma almeno non si sottovalutavano così sfacciatamente gli investimenti per l’efficientazione delle reti, al punto da riconsiderare, piuttosto, uno sbarramento dei fiumi.

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